Medici, lavoriamo su noi stessi

Da Medici&Medici #3, dicembre 2025.
La classe medica deve lavorare anche su se stessa per poter crescere ed affermarsi. Oltre a farsi valere su ogni tavolo di confronto, deve esercitare il proprio ruolo intellettuale anche su se stessa. Non ci potrà essere un futuro professionale propizio e proficuo se non ci daremo regole al nostro interno.
Minano questo obiettivo una divisione intra professionale antica che appanna una visione progettuale del futuro, necessaria per realizzare una politica professionale omogenea che ci dovrebbe guidare e condurre nei contesti e nelle sfide che ci attendono.
I pilastri sui quali deve appoggiarsi la vera politica professionale sono: l’informazione, lo studio scientifico clinico, la comunicazione, il codice deontologico. La classe medica deve contrastare il conformismo sanitario. Sviluppare un linguaggio interno che riscopra le aspirazioni e curi le delusioni che si sono stratificate nel tempo nella mente del medico. C’è una nuova necessità di creare competenze generali e specialistiche che saranno sicuramente foriere e portatrici di ascolto su tutti i fronti. Queste competenze si devono diffondere e dovranno rafforzare l’io professionale per realizzare crescita e trasformazione.
Dobbiamo perentoriamente però ricordare che la comunicazione con i nostri pazienti è al primo posto e la competenza la renderà anche autorevole.
Questi sono alcuni presupposti perché sia il management che le rappresentanze mediche non cadano in quella palude che rende tutto amorfo e statico. Quindi conoscere, competenza, linguaggio appropriato ed omogeneo pur nella differenza possono costruire la nuova classe medica.
Se non ci si comprende pur nelle differenze non si costruisce. Sono parole nel vuoto. Questa nostra professione in un contesto di disordine globale ha la necessità di riconoscersi per proiettarsi nelle sfide future. In un mondo in cui si verificano cambiamenti veloci in ogni settore, come può la sanità italiana contestualizzarsi e non perdere quei dettami etici, universalistici ed inclusivi che l’hanno caratterizzata fino ad ora? Contemporaneamente come dovrebbero lavorarci i professionisti sanitari? I medici quale ruolo avranno? La loro professionalità in che modo sarà contestualizzata in un sistema che ha più esigenze? Sono domande che una classe professionale come quella medica, che ritiene di essere ancora una classe intellettuale, deve porsi.
Ritengo che il sistema di aziendalizzazione debba confrontarsi con una mission molto diversa da quella con cui intendiamo un’azienda, dove si tengono in debito conto le specifiche professionali del medico ed il suo obiettivo principale che è quello della salute del cittadino, del suo paziente.
Tutto si deve armonizzare su questo obiettivo.
La responsabilità clinica deve far capo al medico e tutte le altre responsabilità si devono armonizzare e convergere su questo punto. Non sono produttive né appropriate le tante linee parallele che non convergono mai, il cittadino ha bisogno di chiarezza nell’interesse della sua salute, non di un politicamente corretto che a breve non troverà più posto in un mondo che purtroppo si radicalizza sempre più su interessi particolari diversi dagli interessi di una res pubblica.
Deve risorgere una vera politica sanitaria che tenga conto di tutte le peculiarità professionali miranti alla vera salute del cittadino. Tutto deve essere ben distinto a partire dalla formazione, le mescolanze quando estremizzate inficiano anche la formazione perché ne impediscono l’approfondimento.
Per affrontare questa nuova stagione tutte le apicalità devono interrogarsi e prepararsi al futuro imminente. I docenti di ogni livello dovranno cimentarsi con un modo nuovo di insegnare dove il nuovo si fonde con la tradizione dando un prodotto finale diverso nel quale devono trovarsi la filosofia della scienza, la filosofia della tecnologia, che insieme all’etica e alla deontologia professionale portino a regole stringenti appropriate, moderne ma che rispettino l’uomo nella sua massima espressione. Allo stesso livello dovrebbero essere i manager, i quali dovrebbero avere un habitat dirigenziale idoneo a facilitare il raggiungimento di questo obiettivo.
Questo lavoro intellettuale professionale lo dobbiamo fare noi al nostro interno.
Questa è una nostra responsabilità. Dobbiamo sapere chi siamo, cosa vogliamo, solo in questo modo con una identità ritrovata possiamo confrontarci con tutte le parti in campo e pretendere quanto dovuto. Quindi lavorare all’interno della professione medica individuando la consapevolezza del ruolo, lo stato dell’arte della professione, intesa anche come competenze sul campo, prenderci carico e prendersi cura delle persone, in particolare dei più deboli e critici dal punto di vista medico.
Tutto ciò con una comunicazione rivisitata e migliorata verso il paziente.
Se riusciremo a fare questo nella globalità della professione possiamo veramente dire di percorrere la strada della rivoluzione etica.
Vorrei portare inoltre alla vostra attenzione i concetti di autonomia è responsabilità. Per Platone il THYMOS è il sentimento che prevale nei guerrieri. Però può essere alla base di un movente ideale per noi medici, il riconoscimento della dignità professionale ed il grande obiettivo di perseguire la salute dei nostri pazienti.
Se partiamo da questo presupposto possiamo meglio capire il sacrificio eroico che i 380 medici morti per il Covid hanno fatto.
Far lavorare al meglio il medico significa anche permettere che quegli obblighi morali e deontologici (non solo professionali) possano svilupparsi contrastando quindi la frustrazione provata nel non riuscirci, che appanna ed annulla la spinta che anche il medico trova nella sua sfera timica.
Concludo sottolineando che i cambiamenti innescati dal progresso e dall’economia di mercato hanno sia effetti positivi che negativi e possono destrutturare l’ordine sociale e morale che regola una comunità.
Questa riflessione parallelamente deve potersi applicare anche nella professione medica perché gli effetti dello sviluppo della ricerca scientifica non possono sopraffare gli aspetti morali ed etici che si vogliono conservare.
La figura del medico, che a mio parere non è superata, diventa ancora più attuale e pregnante per il vero prendersi cura del paziente, non riconoscerla crea un disagio destrutturante che può minare le basi di questa professione.
I medici sono ancora essenziali per la vita dell’uomo, purché siano ancora capaci di narrare, di sviluppare una medicina narrativa, antidoto a quella ipocondria digitale che degrada la vita ad una funzione, spogliata da ogni narrazione in quanto non più narrabile ma solo misurabile.
Anche nel nostro pensare politico sanitario di medici non dobbiamo dimenticare la gravitas romana: il peso, l’importanza dei comportamenti e delle parole come li attribuivano agli antichi romani.
Proviamoci almeno.
Fulvio Borromei, Presidente OMCEO Ancona